Elogio della processione
Amo la processione, detesto la marcia e il corteo: in questo modesto enunciato è racchiuso tutto il mio vago sapere sulla delicata faccenda del diritto della chiesa a esprimersi anche, con apposite forme liturgiche e rituali, nello spazio pubblico e profano. Passato infatti da un pezzo è non soltanto il tempo in cui, pur credendomi un fiero giovanetto comunista, non tardai a scoprire che le cerimonie pubbliche dei partiti mi riuscivano assai più moleste. di Ruggero Guarini

Amo la processione, detesto la marcia e il corteo: in questo modesto enunciato è racchiuso tutto il mio vago sapere sulla delicata faccenda del diritto della chiesa a esprimersi anche, con apposite forme liturgiche e rituali, nello spazio pubblico e profano. Passato infatti da un pezzo è non soltanto il tempo in cui, pur credendomi un fiero giovanetto comunista, non tardai a scoprire che le cerimonie pubbliche dei partiti mi riuscivano assai più moleste e meno toccanti di quelle religiose che si svolgevano assiduamente nelle strade e nella piazza della mia città, bensì anche quello in cui immaginavo che la ragione di queste mie fisime fosse soltanto sentimentale, legata ai ricordi della mia infanzia, e in particolare a quello della festa della Madonna di Piedigrotta, che tanto mi piaceva da bambino anche per la grande processione in cui culminava, e che sempre m’incantava quando la vedevo snodarsi lungo le strade di Mergellina. Ma insomma perché, pur non essendo credente, le processioni, tutte le processioni, mi piacciono tanto ancora oggi?
Il vero motivo è che ho finalmente capito che le processioni, pur coinvolgendo sciami e armenti di fedeli, mi piacciono per la stessa ragione per cui detesto le masse. Giacché la loro lentezza esorcizza e raffrena la sempre latente violenza delle piccole o grandi moltitudini che ognuna di esse raccoglie, incolonna e richiama. E questo l’ho capito leggendo quel libro geniale che è “Masse e potere” di Elias Canetti, dove si trova una paginetta strepitosa sulle profonde ragioni per cui, nelle cerimonie cattoliche, “spiccano una certa lentezza e quiete, unite a una grande estensione”. Cosa che ovviamente deriva dalla risoluta avversione della Chiesa “per ogni violenta formazione di massa”. Avversione che rivela un’acuta percezione della gravità del pericolo rappresentato da ogni “massa aperta”, ossia da quel fenomeno universale che è la formazione improvvisa e spontanea – “là dove prima non c’era nulla” – di una massa violenta e ingovernabile, votata fatalmente a una crescita indefinita.
Ma ecco alcune delle osservazioni di Canetti: “Il pericolo di improvvise esplosioni, la facilità a eccedere propria della massa, la sua rapidità e imprevedibilità, e soprattutto la soppressione delle distanze obbligate sulle quali poggiano le distanze della gerarchia ecclesiastica – tutto ciò ha indotto ben presto la Chiesa a riconoscere nella massa aperta il suo peggiore nemico e ad opporvisi in ogni possibile modo (…). Sempre la Chiesa mostra lentamente quel che deve mostrare. Le processioni ne sono un esempio significativo. Esse devono essere viste dal maggior numero di persone possibile, perciò il loro movimento è un lento scorrere. I fedeli sono riuniti in esse nella misura in cui ne vengono a poco a poco sfiorati senza essere maggiormente stimolati a muoversi, se non per inginocchiarsi in preghiera o per accodarsi al corteo, senza il pensiero, il desiderio, di emergere dalla fila (…). La processione offre sempre un’immagine della gerarchia ecclesiastica. Ciascuno avanza a passi misurati nell’ambito proprio della sua dignità ed è contraddistinto agli occhi di ognuno da ciò che rappresenta. Ci si attende la benedizione da chi ha il diritto di elargirla. Già questa struttura della processione impedisce a chi vi assiste di accedere a una condizione di massa, bloccandolo in uno dei vari gradi di osservazione. Ogni livellamento fra di essi, ogni riduzione all’unità, è impossibile (…). Questo è precisamente lo scopo della processione: riunire i fedeli nella comune venerazione. Un maggior senso di collettività non è auspicato, poiché potrebbe donsurre a scoppi emotivi e ad atti non più controllabili (…). La stessa venerazione è graduata in rapporto con lo svolgersi della processione: sale di grado in grado, cresce a poco a poco, inarrestabile come la marea, raggiunge il culmine e cala lentamente”.
Il suo effetto è perciò per molti aspetti opposto a quello del corteo politico. Questo procede sempre verso una meta (il comizio, la manifestazione, il tumulto), e questo suo movimento orientato verso un evento futuro tende a fomentare l’esaltazione e lo scatenamento. La marcia e il corteo politico, funzionano, cioè, come degli eccitanti. Il gruppo in processione, al contrario, si forma, passeggia, prega, canta e ritorna al luogo dal quale è partito non avendo nessun obiettivo se non l’aldilà e nessuna meta fuorché la sua presente mansueta beatitudine, anticipo e preannuncio di quella ultraterrena. Basata su quella che potremmo definire una ferma e saggia strategia della lentezza, la processione insomma è modo geniale di gratificare la massa dei fedeli impedendole di esplodere, ossia di realizzarsi fino in fondo come massa.
Il vero motivo è che ho finalmente capito che le processioni, pur coinvolgendo sciami e armenti di fedeli, mi piacciono per la stessa ragione per cui detesto le masse. Giacché la loro lentezza esorcizza e raffrena la sempre latente violenza delle piccole o grandi moltitudini che ognuna di esse raccoglie, incolonna e richiama. E questo l’ho capito leggendo quel libro geniale che è “Masse e potere” di Elias Canetti, dove si trova una paginetta strepitosa sulle profonde ragioni per cui, nelle cerimonie cattoliche, “spiccano una certa lentezza e quiete, unite a una grande estensione”. Cosa che ovviamente deriva dalla risoluta avversione della Chiesa “per ogni violenta formazione di massa”. Avversione che rivela un’acuta percezione della gravità del pericolo rappresentato da ogni “massa aperta”, ossia da quel fenomeno universale che è la formazione improvvisa e spontanea – “là dove prima non c’era nulla” – di una massa violenta e ingovernabile, votata fatalmente a una crescita indefinita.
Ma ecco alcune delle osservazioni di Canetti: “Il pericolo di improvvise esplosioni, la facilità a eccedere propria della massa, la sua rapidità e imprevedibilità, e soprattutto la soppressione delle distanze obbligate sulle quali poggiano le distanze della gerarchia ecclesiastica – tutto ciò ha indotto ben presto la Chiesa a riconoscere nella massa aperta il suo peggiore nemico e ad opporvisi in ogni possibile modo (…). Sempre la Chiesa mostra lentamente quel che deve mostrare. Le processioni ne sono un esempio significativo. Esse devono essere viste dal maggior numero di persone possibile, perciò il loro movimento è un lento scorrere. I fedeli sono riuniti in esse nella misura in cui ne vengono a poco a poco sfiorati senza essere maggiormente stimolati a muoversi, se non per inginocchiarsi in preghiera o per accodarsi al corteo, senza il pensiero, il desiderio, di emergere dalla fila (…). La processione offre sempre un’immagine della gerarchia ecclesiastica. Ciascuno avanza a passi misurati nell’ambito proprio della sua dignità ed è contraddistinto agli occhi di ognuno da ciò che rappresenta. Ci si attende la benedizione da chi ha il diritto di elargirla. Già questa struttura della processione impedisce a chi vi assiste di accedere a una condizione di massa, bloccandolo in uno dei vari gradi di osservazione. Ogni livellamento fra di essi, ogni riduzione all’unità, è impossibile (…). Questo è precisamente lo scopo della processione: riunire i fedeli nella comune venerazione. Un maggior senso di collettività non è auspicato, poiché potrebbe donsurre a scoppi emotivi e ad atti non più controllabili (…). La stessa venerazione è graduata in rapporto con lo svolgersi della processione: sale di grado in grado, cresce a poco a poco, inarrestabile come la marea, raggiunge il culmine e cala lentamente”.
Il suo effetto è perciò per molti aspetti opposto a quello del corteo politico. Questo procede sempre verso una meta (il comizio, la manifestazione, il tumulto), e questo suo movimento orientato verso un evento futuro tende a fomentare l’esaltazione e lo scatenamento. La marcia e il corteo politico, funzionano, cioè, come degli eccitanti. Il gruppo in processione, al contrario, si forma, passeggia, prega, canta e ritorna al luogo dal quale è partito non avendo nessun obiettivo se non l’aldilà e nessuna meta fuorché la sua presente mansueta beatitudine, anticipo e preannuncio di quella ultraterrena. Basata su quella che potremmo definire una ferma e saggia strategia della lentezza, la processione insomma è modo geniale di gratificare la massa dei fedeli impedendole di esplodere, ossia di realizzarsi fino in fondo come massa.
di Ruggero Guarini